Nel ricercare le soluzioni atte a ridestare un Regno imbrigliato in un groviglio di vincoli e limiti al suo sviluppo, i riformatori napoletani richiamarono l'attenzione del governo borbonico sull'investimento in capitale umano. Con il duplice intento dello sfruttamento nell'interesse dello Stato di una forza lavoro a basso costo e del contenimento dei tassi di povertà e di delinquenza, il povero diventò il nuovo focus delle politiche per la formazione e l'addestramento al lavoro. Attraverso un complicato gioco di equilibri le nuove strategie furono un mix di disciplina e rimedi educativi. Aiutare i minori non era più un gesto caritatevole, ma una forma di controllo sociale. Tradotto in sostegno economico l'aiuto doveva essere razionale e "socialmente" redditizio soprattutto per l'ente erogatore, ovvero lo Stato. Meno chiari erano i vantaggi per quei giovani poveri accolti nei convitti, costretti a lavorare incessantemente nell'interesse dell'istituto, senza alcuna remunerazione o per meglio dire con l'unico impegno da parte dell'istituto di corrispondere una dote sufficiente ad acquistare i ferri del mestiere oltre ad un'attestazione per l'accesso alle corporazioni cittadine. Nel tentativo di coniugare questi precetti Carlo di Borbone avviò la realizzazione nel 1751 dell'Albergo dei Poveri: il più grande reclusorio pubblico di "educazione coatta" della nostra penisola. Internamento e lavoro diventarono le due facce di un'unica strategia: la garanzia dell'ordine pubblico attraverso un maggiore controllo ed impegno dello Stato nella formazione e nel recupero dei marginali. A qualche anno di distanza dalla sua realizzazione, e precisamente nell'anno in cui furono cacciati i Gesuiti dal Regno (1767), il governo di Ferdinando IV, figlio di Carlo, varò il primo progetto di scuola pubblica per l'istruzione primaria e secondaria oltre che "professionale". In esso si sottolineava come, in seguito alla: giusta e necessaria espulsione da' nostri domini della Compagnia che dicevasi di Gesù (....) sono nate le pubbliche scuole e i collegi gratuiti per educare la gioventù povera nella pietà e nelle lettere; i conservatori per alimentare ed ammaestrare ne' mestieri gli orfani e le orfane della povera plebe; i reclusori per i poveri invalidi o per i validi vagabondi che, togliendosi all'ozio ond'erano gravosi e perniciosi allo Stato si rendono utili per istruirsi delle arti necessarie alla società. Come previsto dal decreto furono destinati all'istruzione e all'avviamento al lavoro dei vagabondi e discoli il convitto/reclusorio di Nola, agli orfani della povera gente i conservatori e i convitti quello maschile di San Giuseppe a Chiaia e quello femminile del Carminiello al Mercato di Napoli. Obiettivo di questo studio è quello di mettere in luce oltre al dibattito che anticipò e accompagnò l'affermarsi di quelle scuole-officine regie, i risultati ivi raggiunti, gli standard produttivi, gli investimenti, la politica di gestione, i costi e le ricadute sociali ed economiche di un articolato piano che rappresentò comunque una tappa importante in quel lungo e tormentato cammino nel recupero, nell'istruzione e nella qualificazione professionale dei marginali.
Il lavoro dei minori nei reclusori, convitti e conservatori napoletani del Settecento
Salvemini Raffaella
2012
Abstract
Nel ricercare le soluzioni atte a ridestare un Regno imbrigliato in un groviglio di vincoli e limiti al suo sviluppo, i riformatori napoletani richiamarono l'attenzione del governo borbonico sull'investimento in capitale umano. Con il duplice intento dello sfruttamento nell'interesse dello Stato di una forza lavoro a basso costo e del contenimento dei tassi di povertà e di delinquenza, il povero diventò il nuovo focus delle politiche per la formazione e l'addestramento al lavoro. Attraverso un complicato gioco di equilibri le nuove strategie furono un mix di disciplina e rimedi educativi. Aiutare i minori non era più un gesto caritatevole, ma una forma di controllo sociale. Tradotto in sostegno economico l'aiuto doveva essere razionale e "socialmente" redditizio soprattutto per l'ente erogatore, ovvero lo Stato. Meno chiari erano i vantaggi per quei giovani poveri accolti nei convitti, costretti a lavorare incessantemente nell'interesse dell'istituto, senza alcuna remunerazione o per meglio dire con l'unico impegno da parte dell'istituto di corrispondere una dote sufficiente ad acquistare i ferri del mestiere oltre ad un'attestazione per l'accesso alle corporazioni cittadine. Nel tentativo di coniugare questi precetti Carlo di Borbone avviò la realizzazione nel 1751 dell'Albergo dei Poveri: il più grande reclusorio pubblico di "educazione coatta" della nostra penisola. Internamento e lavoro diventarono le due facce di un'unica strategia: la garanzia dell'ordine pubblico attraverso un maggiore controllo ed impegno dello Stato nella formazione e nel recupero dei marginali. A qualche anno di distanza dalla sua realizzazione, e precisamente nell'anno in cui furono cacciati i Gesuiti dal Regno (1767), il governo di Ferdinando IV, figlio di Carlo, varò il primo progetto di scuola pubblica per l'istruzione primaria e secondaria oltre che "professionale". In esso si sottolineava come, in seguito alla: giusta e necessaria espulsione da' nostri domini della Compagnia che dicevasi di Gesù (....) sono nate le pubbliche scuole e i collegi gratuiti per educare la gioventù povera nella pietà e nelle lettere; i conservatori per alimentare ed ammaestrare ne' mestieri gli orfani e le orfane della povera plebe; i reclusori per i poveri invalidi o per i validi vagabondi che, togliendosi all'ozio ond'erano gravosi e perniciosi allo Stato si rendono utili per istruirsi delle arti necessarie alla società. Come previsto dal decreto furono destinati all'istruzione e all'avviamento al lavoro dei vagabondi e discoli il convitto/reclusorio di Nola, agli orfani della povera gente i conservatori e i convitti quello maschile di San Giuseppe a Chiaia e quello femminile del Carminiello al Mercato di Napoli. Obiettivo di questo studio è quello di mettere in luce oltre al dibattito che anticipò e accompagnò l'affermarsi di quelle scuole-officine regie, i risultati ivi raggiunti, gli standard produttivi, gli investimenti, la politica di gestione, i costi e le ricadute sociali ed economiche di un articolato piano che rappresentò comunque una tappa importante in quel lungo e tormentato cammino nel recupero, nell'istruzione e nella qualificazione professionale dei marginali.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


